Terremoti di Haiti e Cile ma forse non è finita qui

Terremoti 2010. Dopo Haiti e il Cile la devastazione continua!

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“Non è perché le cose sono difficili che non abbiamo il coraggio di intraprenderle. E’ perché non abbiamo il coraggio di intraprenderle che sono difficili”(Seneca).
Dopo Haiti, il Cile e la Turchia (M=6.2, l’8 marzo 2010), la devastazione continua. In quante e quali case, città e villaggi antisismici abitiamo: sono stati messi in sicurezza? Lo spettro della distruzione sismica e climatica di regioni, laghi, città, monti, isole, mari, colline, fiumi, oceani e continenti, è dietro l’angolo da sempre. Le forze della Natura non sono come il mostro Grendel sconfitto dall’eroe Beowulf nei profondi cunicoli delle montagne nebbiose. Sono piuttosto una tenaglia, come il Global Warming che scioglie le calotte polari e i ghiacciai perenni (ne è davvero responsabile l’Uomo?), dalla quale difficilmente riusciremo a liberarci. Uno spettro che non mollerà la presa tanto facilmente, anche se un giorno riusciremo a navigare fino al vorticoso nucleo della Terra che sprizza geoneutrini di antimateria a più non posso. Anche se esploreremo la zona di equilibrio gravitazionale Terra-Luna, situata 1600 km sotto i nostri piedi, che ruota anch’essa vorticosamente, inseguendo la Luna e la Terra nella loro orbita. Siamo già al terzo annus horribilis di catastrofi sismiche nei primi due decenni del 21° Secolo, senza contare i fenomeni atmosferici parossistici. Il colpo ferale può essere a volte questione di tempo. Ahinoi, di conto alla rovescia. Ma la paura deve essere vinta con i fatti concreti. A cominciare dalla messa in sicurezza totale delle nostre case e dal potenziamento delle esercitazioni di Protezione civile. E’ una partita contro il tempo per salvare vite umane.

Quando gli obsoleti cellulari non funzionano più, ci rendiamo conto, anche grazie alla Clinton, che solo i telefonini satellitari, non altrettanto diffusi, possono fare la differenza tra la vita e morte durante un terremoto catastrofico come quello del Cile (M=8.8 Richter), il settimo più distruttivo di sempre sulla Terra. L’ultimo solo in ordine di tempo (dopo gli eventi del 2004, 2009 e 2010), che ha devastato centinaia di chilometri di coste cilene, nell’infausta tarda estate australe di sabato 27 febbraio 2010. La conta ufficiale delle vittime del terremoto prosegue: sarebbero stati identificati finora 452 morti (e non 802 come annunciato in un primo momento dal governo cileno che ha ammesso l’errore). E’ salito a 452 perché sono stati aggiunti 173 nomi ai 279 già elencati, senza contare i cadaveri non-identificati o i dispersi. Sarebbero due milioni gli sfollati, 500 mila le abitazioni distrutte e migliaia i feriti, mentre continuano le cosiddette “scosse di assestamento” in tre distinte regioni intorno all’area epicentrale, potenti come il sisma aquilano ( www.emsc-csem.org). Il terremoto ha scatenato non solo onde anomale di tsunami su tutto il Pacifico ma anche le scuse dell’Agenzia meteorologica giapponese (Jma) per aver lanciato domenica mattina un allarme di «tsunami davastante» in arrivo dal Cile, giudicato «eccessivo». Di ben altra natura le scuse diramate dalle autorità cilene per il mancato pre-allarme sulla costa: un’onda anomala di 40 metri avrebbe divorato in un istante oltre 200 vite. Cifra che, se confermata, sarebbe molto significativa. Poiché rivelerebbe al mondo intero che in Cile la maggior parte delle vittime del terremoto di magnitudo 8.8 Richter, sarebbe perita a causa dello tsunami e non dei crolli nelle abitazioni antisismiche. Undici mesi fa L’Aquila (Mw=6.3), oggi città fantasma, fu distrutta alle ore 3:32.

Era il 6 aprile 2009. Il Cile è andato giù alle ore 3:34 sempre del mattino. Ma è una coincidenza casuale, incredibile e infausta. La tragedia del Cile, forse prevedibile a 50 anni esatti dall’ecatombe di M=9.5 (scala Kanamori) del 22 maggio 1960, è riuscita a smuovere non tanto l’asse terrestre (“le variazioni misurate sono minori di quelle stagionali dovute al movimento delle masse atmosferiche” – fa notare Warner Marzocchi dell’Ingv) quanto le coscienze del mondo intero. Come suggeriscono dall’Università di Princeton, se i sentimenti di solidarietà fossero sperimentalmente misurabili, supererebbero in intensità i 76 millimetri di spostamento dell’asse terrestre misurati dopo lo scossone australe: un’inezia in termini geologici sulla superficie di oscillazione dell’asse, che non supera le dimensioni di un campo da tennis. E questo anche rispetto a quello che possono fare le forze della Natura, capaci di “proiettare” Roma all’equatore! La presunta “profezia Maya” del 2012, lo ripetiamo, non c’entra affatto. D’ora in poi ciascuno di noi vivrà la percezione di un giorno più lungo o più corto, nella misura in cui avrà a cuore la messa in sicurezza della propria città. Se la politica e i media dimenticano troppo facilmente, il mondo della scienza e della religione s’interrogano prima, durante e dopo queste immani devastazioni. Sumatra, L’Aquila, Haiti e Cile: ora a chi tocca? La Terra, le sue città, i suoi laghi, i suoi monti, le sue isole, sono da sempre sotto tiro: si poteva fare qualcosa prima? Domanda retorica, tragica e inutile ma sempre sulla bocca di tutti. Quale relazione può esservi tra il terremoto del Cile, le prossime tragedie e la catastrofe politico-economica che sconvolge il mondo da cui sembra non si voglia uscire se non dopo una nuova guerra mondiale? Perché, nonostante gli sforzi delle Agenzie governative dotate di satelliti e boe oceaniche, connesse a potenti calcolatori (simili ad Hal 9000) ed ai nostri cellulari obsoleti grazie ai messaggini Sms che servono prima e non dopo la tragedia, gli allarmi degli scienziati rimangono sempre lettera morta, inascoltati o diffusi erroneamente come nel caso degli tsunami? La Terra fa solo il suo dovere, vive. Ma ancora non lo abbiamo capito. I media potrebbero giocare un ruolo epocale. Ma non lo fanno. E’ difficile astenersi dalla retorica, dall’attribuire un’anima (in questo caso, maligna) al pianeta Terra che, seppur bioluminescente negli abissi oceanici, non è il pianeta Pandora su Alpha Centauri, il mondo inventato dal geniale James Cameron nel kolossal Avatar.

Lo spettro della distruzione sismica di città e nazioni sulla Terra, è in agguato per colpa dell’Uomo che edifica dove e come non dovrebbe. Chi ricorda la fine della civiltà minoica? Ascoltare e imparare con umiltà, è la regola aurea. Nel Mediterraneo esistono faglie e vulcani in grado di liberare energie di oltre 8 gradi Richter. Dobbiamo attendere il giorno infausto del battesimo del fuoco per la scala Kanamori, prima di fare qualcosa? Quanta energia è stata liberata nella catastrofe cilena e nell’intera sequenza sismica in atto che fa risuonare la Terra come una campana? E’ possibile un raffronto con l’evento di L’Aquila? Insomma, è tutto normale? Cosa dobbiamo imparare dalle tragedie di Sumatra, L’Aquila, Haiti e Cile? Il terremoto in Cile ha accorciato la durata del giorno e spostato l’asse terrestre? Se la Terra gira più velocemente e le giornate si sono accorciate di 1,26 milionesimi di secondo, cosa dobbiamo attenderci? La zona di equilibrio gravitazionale Terra-Luna, posta 1600 km sotto i nostri piedi, come ci ricorda il grande Isaac Asimov, è stata analizzata prima, durante e dopo questi terremoti? Qual è la relazione tra questa zona, i terremoti crostali e il nucleo della Terra e della Luna? Sono stati valutati i parametri orbitali e gravitazionali del sistema Terra-Luna? Tutti argomenti che saranno sicuramente oggetto di studio, analisi e confronto nei congressi e convegni scientifici internazionali.

Dal 26 al 28 Aprile 2010 a L’Aquila (presso la Tensostruttura del Polo Universitario di Coppito) si svolgerà un convegno organizzato dal Consorzio Area di Ricerca in Astrogeofisica, dall’Università de L’Aquila e dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, dal titolo “Osservazioni elettromagnetiche e gravimetriche relative al sisma del 6 Aprile 2009 a L’Aquila”. Nel corso del quale verranno presentate e discusse tutte le osservazioni di tipo elettromagnetico e gravimetrico effettuate con varie strumentazioni da parte di gruppi italiani, sia nella fase precedente sia in quella seguente al sisma. Alcuni scienziati italiani stanno realizzando un sito di dati elettromagnetici e gravimetrici validati, da mettere a disposizione della comunità scientifica internazionale per studi di approfondimento relativi al sisma, che verrà presentato nel corso del convegno organizzato dai professori: M.De Lauretis e P.Francia del Gruppo di Fisica dello Spazio dell’Università di L’Aquila (il Consiglio scientifico è presieduto dal professor U.Villante). “Sarò presente con una relazione a invito” – annuncia il prof. Pier Francesco Biagi dell’Università di Bari. Poi, dal 3 al 7 Maggio 2010 si svolgerà a Vienna l’annuale EGU Spring Meeting 2010 (European Geoscience Union) che è l’equivalente del famoso Congresso AGU di San Francisco ( www.egu.eu/). A Vienna sono previsti 15mila partecipanti. Hanno annunciato la loro presenza alcuni ricercatori italiani, tra cui Warner Marzocchi e il Pier Francesco Biagi. “Le due sessioni sui precursori dei terremoti che mi vedono chairman e co-chairman – fa notare Biagi – hanno un totale di 80 presentazioni fra orali e poster: questo è il numero più elevato fra le 67 sessioni presenti nel campo dei Natural Hazards”. La gente ha paura dopo la catastrofe cilena, teme il peggio. “Niente di anomalo – afferma Warner Marzocchi dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) – terremoti come quello del Cile sono forti ma ce ne sono sempre stati, il numero che registriamo è sempre costante, con normali fluttuazioni. Il Cile è sempre stato colpito da terremoti per cui costruire bene è la strada maestra. Il terremoto non era previsto sul breve termine”. Relazioni tra terremoti e crisi economica ovviamente ve ne sono. “Ma è indubbio che l’enfasi data dai giornali segua un trend catastrofista figlio anche della crisi economica. Non voglio dire che un terremoto non è una catastrofe, ma ci sono chiare esagerazioni della stampa come sul fatto che i terremoti stiano aumentando”. Cioè? “Questo è palesemente sbagliato. Terremoti come questo cileno ne sono sempre successi.

Ciò che ha causato la catastrofe come quella di Haiti, è l’epicentro: il terremoto è avvenuto molto vicino a città grandi ed enormemente vulnerabili. Terremoti come questi ne abbiamo sempre osservati una decina all’anno su tutto il globo. La Terra è viva, si muove e si comporta come ha sempre fatto, ma non è maligna. E’ semplicemente disinteressata a noi. La vediamo maligna perché questo è il “mood” che va ora di moda tra la gente. Bisogna costruire bene sempre. Bisogna educare le persone su quello che la scienza può dire e su come comportarsi durante un terremoto, uno tsunami, una frana o un’eruzione vulcanica. Nel Mediterraneo, Grecia e Turchia hanno avuto terremoti di magnitudo 8 e per la Grecia non è escluso un terremoto anche più grande. In Grecia molti di questi terremoti avvengono in mare creando possibili tsunami importanti nel Mediterraneo. L’energia liberata dall’evento cileno è migliaia di volte più grande di quella liberata dal terremoto di L’Aquila e la frattura è lunga centinaia di chilometri”. Il prof. Pier Francesco Biagi dell’Università di Bari conferma che il terremoto del Cile come quello di Sumatra del 2004, ha prodotto “piccoli spostamenti dell’asse di rotazione terrestre con conseguenti variazioni climatiche”. Nel dicembre 2004 si è verificato il terremoto di Sumatra (M=9) che probabilmente è stato il più violento mai avvenuto nella nostra era. “Da qui, per il principio del basculamento ( riferito alle placche litosferiche) e/o del riequilibrio litosferico – spiega Biagi – si sono innescati terremoti di risposta che a loro volta ne hanno prodotti altri e così via. Come esempio recente, il terremoto del Cile è dovuto al basculamento di placca dopo il terremoto di Haiti. C’è da dire che purtroppo un diavoletto malefico ci sta mettendo del suo, metaforicamente parlando, nel senso che molti degli epicentri recenti vanno a finire vicino a centri densamente popolati. Per Haiti, ad esempio, sarebbe bastato uno spostamento di meno di 100 km (un niente in questi processi) e i danni sarebbero stati molto minori”. Se poi aggiungiamo la terribile edificazione, ecco le catastrofi. “Purtroppo non penso che sia finito qui! Adesso ci saranno le risposte al terremoto del Cile e così via. Periodi del genere nelle ere passate (nei secoli passati, solo che le informazioni e la densità di popolamento non erano quelle di adesso) ci sono già stati.

Questo è il nostro pianeta! Se vogliamo salvare vite umane l’unica soluzione è la previsione ben organizzata, ben fatta e ben gestita. Io questo lo so come molti altri nel mondo. Per questo continuiamo a lavorare e a studiare. Il fatto è che continuiamo a lottare contro una scienza ufficiale tanto arrogante e potente quanto ottusa e incompetente. Alcuni continuano a pontificare in televisione con affermazioni quali: nessuna connessione fra i recenti terremoti, nessun incremento di attività sismica, nessun aumento di intensità. Queste sono offese non dico alla statistica elementare che già implica qualche base scientifica, ma all’evidenza! Attenzione, nei giorni precedenti il terremoto di L’Aquila, alcuni andavano dicendo con sicurezza: nessun aumento di attività sismica, nessun pericolo di crollo, è tutto nella norma. E la gente continuava a ballare nelle case, a sentire scricchiolii ed a vedere crepe sempre più grandi sui muri!”. Per quanto concerne il momento angolare della Terra, che possiamo dire? “Non è variato. Tanto è vero che la velocità di rotazione è aumentata perché il momento di inerzia è diminuito (basta pensare alla rotazione di una pattinatrice su ghiaccio, se si raggomitola diminuendo il suo momento di inerzia, va più veloce). Per il sistema Terra-Luna quello che conta è l’attrazione che non dovrebbe essere variata”. Per il prof. Antonio Moretti dell’Università di L’Aquila “il terremoto del Cile (M=8.8) ha messo in giuoco una quantità di energia pari a circa 30 mila volte quella del 6 aprile 2009 a L’Aquila, e 10 mila volte quella di Haiti. Purtroppo, questi ultimi due terremoti hanno colpito città di grande densità abitativa e fabbricati particolarmente vulnerabili: il nostro a L’Aquila perché antico e storico, quello di Haiti perché povero”. Si poteva prevedere la catastrofe cilena? “Il discorso è sempre lo stesso: sì, nel senso che prima o poi sarebbe successo con certezza; no, sul quando e dove”. Quali potrebbero essere le prossime zone a rischio? “Le mappe sono su tutti i siti scientifici. Purtroppo c’è chi le guarda per programmare i prossimi interventi ed investimenti aspettando la ricostruzione: è un’osservazione cinica, ma è così!”. Che ci possiamo aspettare nell’area mediterranea e sull’Appennino? “Ancora una volta vale la storia: magnitudo 7-7.2 (Messina 1908, Appennino 1456) sono i massimi mai registrati; semmai stanno peggio in Spagna e Portogallo col terremoto storico di Lisbona (M=7.8). Ma in alcune grotte (anche vicino Roma) abbiamo trovato tracce di eventi preistorici (10-20.000 anni fa) di magnitudo vicino a 7.5-8°. In questo caso però la stima è difficile”. C’è qualche collegamento tra tutti questi terremoti? “No, se non il fatto che sono tutte manifestazioni della stessa dinamica endogena del pianeta”. Stanno aumentando le manifestazioni sismiche? “No, ogni anno ci sono almeno due terremoti superiori a M=8. Ma se capitano sotto le città…Quello che invece sta cambiando è certamente il clima, vedi l’ultima tempesta in Spagna e Francia. Se aumenta la temperatura, aumenta anche l’evaporazione, quindi la quantità di energia a disposizione del sistema meteo per scatenare grandi eventi”. Il terremoto in Cile ha accorciato la durata del giorno e spostato l’asse terrestre? “Naturalmente tutte queste sono notizie che fanno effetto, ma che sono assolutamente naturali.

Ogni dissipazione di energia sul pianeta causa una variazione della quantità di moto ed un rallentamento della rotazione terrestre. Le maggiori responsabili di questo rallentamento sono le maree, sia marine sia terrestri, che continuamente, per attrito, consumano l’energia cinetica di rotazione della Terra. Per questo motivo, luna e pianeti interi hanno rallentato fino a stabilizzarsi rivolgendo sempre la stessa faccia verso il corpo a gravità dominante (Sole o Terra, per la Luna). Per farvi un esempio quantitativo, i progetti di utilizzo dell’energia delle maree accelererebbero questo processo molto di più di quello che può fare un terremoto, ma ci vorrebbero comunque miliardi di anni”. Cioè? “L’asse terrestre è ancora più sensibile alle variazioni sul pianeta, in particolare nella distribuzione delle masse.

L’esempio più classico è quello della trottola che mentre gira su se stessa compie anche un movimento conico detto precessione. Se sulla trottola appiccicate una gomma da masticare, l’asse comincerà a traballare su se stesso. Lo stesso accade per lo spostamento di masse dovuto al terremoto: fate il conto di quanta può essere la massa che si è “sollevata” di qualche metro per centinaia di km di lunghezza in Cile. In realtà gli spostamenti di massa maggiori, e di conseguenza le deviazioni dell’asse di rotazione terrestre, sono dovuti a motivi climatici, con la formazione (o lo scioglimento) delle grandi calotte glaciali, sia ai poli sia nei continenti. A loro volta, questi spostamenti dell’asse terrestre influiscono sul clima, causando quella specie di “effetto pendolo” che ha portato (e continua…) alle grandi fasi glaciali e interglaciali calde del Quaternario”.
Abbiamo chiesto e gentilmente ottenuto il parere del dott. Alessandro Amato, dirigente di ricerca dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), già direttore, per due mandati (dal 2001 al 2007) del Centro nazionale terremoti, studia da anni le energie che si scatenato nella crosta terrestre. Dott. Alessandro Amato, i terremoti si possono “percepire” in tempo utile? “Negli anni ottanta stavo svolgendo ricerche in ambito geotermico sui colli Albani per la mia tesi di laurea – ricorda Amato –quando ci fu, proprio in quella zona, una crisi sismica, che mi stimolò ad approfondire la conoscenza della sismicità nel Lazio, in Italia e non solo. Nel 1988, con una borsa di studio, sono stato per sei mesi al Geological Survey di Menlo Park, in California (allora la patria della sismologia). Era un periodo di intensa attività perché alcuni ricercatori avevano osservato che certi settori della faglia di San Andrea, nei dintorni della cittadina di Parkfield, si attivavano periodicamente, provocando terremoti di una certa importanza ogni 20-30 anni. In base a queste osservazioni, arrivarono a “prevedere” che un nuovo sisma avrebbe colpito Parkfield alla fine degli anni Ottanta”.

Così tutti in California stavano aspettando il terremoto? “Il terremoto ci fu, proprio come previsto, ma solo molti anni dopo, nel 2004. Questo “ritardo” ebbe un pessimo impatto sulla credibilità dei ricercatori e dei loro metodi e, in generale, sulla percezione della sismologia. Infine, il verificarsi del sisma permise di rivalutare tutto il lavoro scientifico svolto in quegli anni e in particolare di studiare a fondo, in modo retrospettivo, i fenomeni preparatori dell’evento. Per inciso, anche in quel caso, in una delle aree più monitorate della Terra, non fu osservato un solo fenomeno precursore”. Molto significativa è la foto che mostra le enormi faglie presenti nel Mediterraneo: che ne pensa? Per Alessandro Amato, l’accattivante “catalogo DISS si basa sull’associazione tra terremoti storici e faglie. Per questo motivo ne mancano molte, a causa del fatto che molte faglie attive non hanno ancora avuto un terremoto riportato nelle cronache e quindi nei cataloghi. Molti geologi (sia del nostro stesso Istituto sia di altri) contestano questo prodotto e gli preferiscono altri studi che però non hanno una veste di DataBase equivalente e quindi sono meno accattivanti. Dopo il terremoto di L’Aquila, i geologi di vari enti (INGV, DPC,Università varie) stanno lavorando per un catalogo “di consenso” almeno per l’Italia centrale. Il DISS è stato utilizzato per tracciare le aree sismogenetiche di cui alla carta di pericolosità, che ne assume pregi e difetti”.
Dott.AlessandroAmato

La faglia che ha scatenato il terremoto a L’Aquila il 6 Aprile 2009 non sarebbe stata quella tra le più pericolose presenti nella zona. Il sistema montuoso del Gran Sasso d’Italia è attraversato da una serie di grandi faglie, alcune note e più superficiali, altre definite “cieche”. Cosa può dirci a proposito? “Nell’Appennino laziale-abruzzese sono state identificate moltissime faglie “attive”, principalmente sulla base delle evidenze geologiche e geomorfologiche. Non sempre le indicazioni ricavate da questi studi vengono confermate completamente all’occorrenza di qualche forte terremoto. La faglia cosiddetta di Paganica, ad esempio, era stata riconosciuta da studi precedenti ma non figurava tra quelle più grandi e più pericolose. Peraltro, la faglia attivata con il terremoto di L’Aquila del 2009 è più lunga di quella ipotizzata dagli studi geologici”. Quanti km più lunga? “La modellazione dei dati sismologici e geodetici (GPS, SAR) per il terremoto del 6 aprile indica una faglia di 18-20 km, mentre la faglia di Paganica “geologica” era di 12-13 km; inoltre, le fratture osservate dopo il terremoto si estendono per pochi chilometri con spostamenti relativi quasi nulli tra i due lembi della faglia in superficie. Geologi e sismologi stanno collaborando per capire questo apparente paradosso”. E’ vero inoltre che in Abruzzo ci sono faglie più grandi e anche terremoti più forti nel passato. “Certamente, basti pensare al terremoto del 1915 o a quelli del 1703. Va notato che in Italia la carta di pericolosità sismica (utilizzata come base per la classificazione sismica e quindi per le nuove costruzioni) si basa principalmente sulla sismicità storica, mentre le informazioni geologiche servono al momento solo per la definizione delle aree sismogenetiche in cui viene suddiviso il territorio. Si sta cercando da alcuni anni di calcolare delle carte di pericolosità che tengano conto delle faglie note e delle loro caratteristiche (tempi di ritorno, magnitudo massima, ecc.) ma il livello di incompletezza e indeterminatezza di questi parametri è ancora molto alto. La zona dell’Abruzzo colpita dal terremoto del 6 aprile 2009 ricadeva nella fascia a maggiore pericolosità in Italia e la città di L’Aquila è, insieme a Catanzaro, l’unico capoluogo di regione localizzato in questa fascia”. In corrispondenza della faglia di Paganica gli studiosi hanno rilevato un affondamento del terreno da un lato con un corrispondente innalzamento del terreno al lato opposto. E’ vero? “Certo. Sia i dati GPS (Global Positioning System) che quelli dell’interferometria radar da satellite (o DInSAR, acronimo inglese per Differential Interferometric Synthetic Aperture Radar) hanno evidenziato un abbassamento di circa 15 cm del settore a sudest della faglia di Paganica, mentre il settore a monte si è innalzato di pochi centimetri. Gli spostamenti sono areali e non osservati nelle immediate vicinanze della faglia.

Questa si è manifestata con delle fratture e solo in qualche luogo si è misurato uno spostamento di pochissimi centimetri. L’abbassamento e il sollevamento sono la risposta (quasi elastica) della superficie allo spostamento in profondità lungo i due lembi della faglia. Questo spostamento che è stato calcolato dai dati sismologici e geodetici, è molto variabile lungo il piano di faglia, raggiungendo valori di oltre 1 metro a sudest di L’Aquila, a profondità di 6-10 chilometri sotto la superficie”. L’Abruzzo ha superato la crisi sismica? Cosa possiamo dire con certezza scientifica? “Al momento l’attività di aftershocks è diminuita molto, come accade sempre in questi casi. Sia la frequenza delle scosse sia le magnitudo decadono nei giorni e nei mesi dopo un forte terremoto con una legge caratteristica, nota come “legge di Omori”. Occasionalmente possono ancora verificarsi terremoti al di sopra della soglia dell’avvertibilità, ma le probabilità sono basse. Diverso è il discorso per le altre faglie attive della zona, soprattutto quelle a nordovest e a sudest della zona attivata ad aprile 2009, che erano e restano pericolose. Stiamo cercando di quantificare le probabilità di occorrenza di forti terremoti sulle faglie adiacenti, ma non è facile. Dai dati storici e geologici, si ipotizzano terremoti di magnitudo fin quasi a 7° Richter per le maggiori faglie dell’Appennino centrale”.

Quanta energia possono liberare? “Tra un terremoto di M7 e uno di M6 (come pure tra M6 e M5 e così via) il rapporto è di circa 32:1 in termini di energia rilasciata”. In Abruzzo lo spettro-terremoto ha un nome? “La causa dei terremoti del 2009 in Abruzzo, così come di quelli avvenuti in quest’area nei secoli passati, è il processo di estensione della crosta terrestre. Questa estensione che tende ad “allargare” la penisola di alcuni millimetri l’anno (e non centimetri come in Cile, NdA) si manifesta per secoli attraverso movimenti lenti e inavvertibili, solo negli ultimi anni misurabili direttamente tramite i satelliti. E poi, una volta che una delle faglie non sopporta più gli sforzi accumulati, mediante i terremoti estensionali (o “di faglia normale”) che conosciamo. Rientrano in questo meccanismo il terremoto di L’Aquila del 2009, quello in Umbria-Marche del 1997, di Gubbio e della Val Comino nel 1984, quello dell’Irpinia del 1980 e molti altri precedenti”. I terremoti sono prevedibili? “Riguardo la previsione dei terremoti, il discorso è lungo e complesso. Possiamo dire che il manifestarsi di una sequenza sismica o di uno sciame in un’area ad elevata pericolosità, è il segnale principale che viene indicato (a posteriori) come precursore. Dico “a posteriori” perché sciami di questo tipo accadono spesso in Italia, erano accaduti in Abruzzo quattro volte negli ultimi cinquant’anni e probabilmente molte altre volte nei secoli precedenti. Ancora non siamo in grado di capire quali sono le caratteristiche peculiari di uno sciame che precede un forte evento, probabilmente non ce ne sono di immediate”.

E del gas Radon cosa possiamo dire? “Le anomalie di Radon non sono sufficienti a prevedere l’occorrenza di un terremoto (intendendo qui previsione in senso stretto: dire con congruo anticipo dove, quando e con che magnitudo avverrà un terremoto). Questo è vero in generale, in quanto nessuno delle centinaia di forti terremoti che avvengono nel mondo ogni anno sono anticipati da emissioni anomale chiaramente riconducibili a un dato evento. Anche nelle aree più monitorate al mondo, come ad esempio durante l’esperimento di previsione a Parkfield in California, conclusosi con un M6.0 nel 2004, non sono stati rilevati precursori di questo tipo né di altri. Anche nel caso del terremoto aquilano i dati a disposizione della comunità scientifica suggeriscono molta cautela nell’interpretare le presunte anomalie di Radon come effettivamente legate al terremoto; sembra piuttosto che le variazioni di questo parametro siano continue e determinate da varie cause, quindi difficilmente interpretabili univocamente in chiave previsionale”. Oggi su cosa state concentrando i vostri sforzi? “Un elemento interessante su cui si sta lavorando in questi mesi è la variazione delle caratteristiche elastiche della crosta prima dei terremoti.

Queste caratteristiche possono essere calcolate nel volume roccioso studiando la propagazione delle onde sismiche “P” e “S” con tecniche tomografiche. E’ un campo di ricerca molto promettente. Anche nel caso dei terremoti dell’Umbria-Marche e di L’Aquila abbiamo rilevato delle variazioni prima dei maggiori eventi delle sequenze. E’ molto difficile però fare questi calcoli se prima di un forte terremoto non ci sono molti terremoti e una rete di sismometri molto densa che possa mappare quanto avviene con sufficiente dettaglio”. L’Ingv sta collaborando con i maggiori istituti di ricerca mondiali: quali risultati avete ottenuto nella prevenzione sismica? “Nel settore della prevenzione, continuiamo a lavorare per identificare e caratterizzare le faglie attive, utili per aggiornare le carte di pericolosità. Stiamo anche cercando di individuare quali sono le aree dove ci sono le maggiori probabilità di avere futuri terremoti nei prossimi 5 o 10 anni. Per fare questo, si devono usare tutti i dati a disposizione (quelli storici, quelli recenti, le conoscenze sulle faglie attive, ecc.) elaborando dei modelli che possiamo verificare solo sui terremoti passati. Gli studi in corso si basano su finanziamenti già disponibili del Ministero della Ricerca e del Dipartimento di Protezione Civile”.

L’Abruzzo merita di far sua l’esperienza scientifica, didattica e culturale dei californiani e dei giapponesi che sanno convivere con il terremoto: riusciremo a creare una struttura di ricerca e divulgazione sismologica all’avanguardia in Europa? “Il nostro Istituto si sta impegnando per creare un centro di ricerca proprio a L’Aquila. Abbiamo già alcuni nostri ricercatori attivi nella regione, alcuni operavano nel Castello (ora inagibile), altri nei Laboratori Nazionali del Gran Sasso dell’Infn ad Assergi. Sarebbe importante avviare un centro nella zona, analogamente a quanto fatto negli anni passati dall’Ingv in zona irpina. Abbiamo un centro tecnologico molto importante a Grottaminarda, in provincia di Avellino, con oltre 20 ricercatori e tecnici giovani e molto capaci. Fu promosso e finanziato dal Ministero della Ricerca tra la fine degli anni ’90 e il 2000-2001. Poi realizzato nel 2002-2004 dall’Ingv, ha dato e continua a dare un importante contributo nello sviluppo del nostro sistema di monitoraggio e delle ricerche ad esso collegate. Purtroppo quasi tutti i dipendenti del Centro di Grottaminarda, come pure molti altri a Roma e nelle altre sedi dell’Istituto, sono a contratto e siamo al momento impossibilitati ad assumerli”. Dall’Agu Fall Meeting 2009 di San Francisco, la ricerca italiana come ne è uscita? “Direi che la ricerca italiana ne è uscita molto bene. Innanzitutto abbiamo una rete di monitoraggio che ci invidiano in molte regioni del mondo, a parte il Giappone e forse la California. Una rete efficiente significa dati di elevata qualità per studiare i terremoti, capire cosa accade sotto i nostri piedi e magari un giorno riuscire a prevederli. Le nostre attività di ricerca sono state molto apprezzate. Ad esempio due miei colleghi dell’Ingv (C. Chiarabba e P. De Gori) sono andati in Giappone, invitati dai sismologi giapponesi tra i migliori al mondo per i loro studi sulle variazioni spazio-temporali delle caratteristiche crostali sotto i vulcani e nelle aree di faglia appenniniche. Inoltre al convegno annuale dell’American Geophysical Union, tenutosi lo scorso dicembre a San Francisco, era stata organizzata una sessione speciale sul terremoto dell’Aquila, in cui sono emersi molti risultati nuovi sui meccanismi di generazione dei terremoti nel nostro Paese, in particolare in Abruzzo.

La comunità scientifica internazionale ha apprezzato le nostre ricerche e ci ha offerto collaborazione”.
Il sisma del Cile ha spostato l’asse terrestre e modificato la durata del giorno sulla Terra: è un dato acquisito ma la differenza, calcolata e spiegata da Richard Gross del Jet Propulsion Laboratory di Pasadena (California), appare insignificante. Secondo il Jpl, la zolla di Nazca che passa sotto (subduce) quella sudamericana, ha generato il terremoto cileno spostando enormi masse verso l’interno del pianeta. Quelle più vicine al centro della Terra determinano una maggiore velocità di rotazione e un accorciamento della durata del giorno. Secondo Gross e colleghi della Nasa, il giorno si sarebbe accorciato di 1,26 milionesimi di secondo. Una differenza molto piccola, per tutti noi apparentemente irrilevante nella vita quotidiana. La variazione (niente affatto permanente perché potrebbe essere benissimo controbilanciata dalle maree e da altri fattori atmosferici, cosmici, sismici e vulcanici), è inferiore alla soglia di osservazione diretta strumentale. Il terremoto ha avuto conseguenze sull’asse di rotazione che, secondo Gross, si è spostato di 2,7 millisecondi di arco, pari a quasi 8 centimetri. Questi cambiamenti sono troppo piccoli per incidere sulla vita umana e sull’ambiente fisico terrestre: gli scienziati aspettano le verifiche sperimentali effettuate da altri istituti di ricerca come il centro dell’Agenzia spaziale italiana di Matera dotato di potenti laser riflessi dai satelliti in orbita e da specchi posizionati dalla Nasa sulla Luna. Il terremoto di Sumatra del 26 dicembre 2004 causò la più grande tragedia della storia e una diminuzione della durata del giorno di 6,8 microsecondi, con uno spostamento dell’asse terrestre di 2,32 millisecondi d’arco, pari a circa 7 centimetri. Ma il “delta” (differenza) di spostamento dell’asse terrestre tra il terremoto cileno e quello indonesiano, è dovuto a due variabili: il terremoto dell’Indonesia avvenne quasi all’equatore, quindi alla maggiore distanza possibile dal centro della Terra (il pianeta è schiacciato ai poli e rigonfio all’equatore): le masse hanno percorso una distanza maggiore per spostarsi verso il centro; l’angolo della faglia che subduce sotto il Sudamerica, inoltre, è maggiore rispetto a quella della zolla indo-australiana che subduce sotto l’Asia. C’è una lezione di umiltà da apprendere da questi dati? Chi ha scritto che i “terremoti sono seminari brevi ma molto intensi di umiltà”, dice la verità. Le forze della Natura ricordano all’Uomo la sua condizione di mortale che nessun Avatar alieno può far dimenticare. Le catastrofi lo espongono alla più assoluta mancanza di difese. Lo mettono davanti alle sue paure ancestrali, elementari, incontrollabili e sconosciute. Come Giobbe fu messo alla prova da Dio, così noi non possiamo che accettare ed attendere con fede e speranza giorni migliori (peraltro promessi!) in cui domineremo la Natura. Se la sapremo capire e proteggere, essendone davvero saggi custodi. Inutile lamentarsi pensando solo all’inevitabilità delle tragedie. I media, i cellulari e gli I-pod che speriamo diventino tutti anche “telefonini satellitari”, ci ricordano che siamo mortali. I terremoti, gli tsunami, le onde anomale, le frane che ingoiano tutto e tutti, le eruzioni vulcaniche, ma anche i geoneutrini di antimateria che vengono sparati dal cuore della Terra, trafiggendo tutto e tutti, paradossalmente sono la prova che siamo vivi su un pianeta vivente, la Terra ( HYPERLINK “http://www.nasa.gov” www.nasa.gov), in cui tutto può essere riciclato e ricombinato assieme per la vita e non per la morte. Le catastrofi naturali mettono a nudo quanto siamo vulnerabili ma anche potenti.

Prima dell’emergenza, possiamo fare molte cose: costruire strade e ponti più sicuri che non si interrompono e non crollano; realizzare gallerie, vie di comunicazione e di fuga, impianti strategici di Protezione Civile, con aeroporti che non chiudono prima e dopo le catastrofi. Siamo pronti noi in Italia a un evento simile a quello cileno o di Sumatra? A L’Aquila, grazie a Dio ed alla Protezione civile, quella notte, alle ore 3:32, non scoppiarono gli incendi! Altrimenti 11 mesi fa la zona colpita avrebbe presentato al mondo uno scenario di devastazione ben maggiore. In Cile lo sanno che ogni 50 anni vanno giù di brutto. Noi lo sappiamo, lo ricordiamo? Siamo pronti a mettere in croce tutto e tutti qui in Italia perché questo è parte del nostro costume nazionale dopo l’amore per il Calcio. Se in Cile riusciranno a risorgere subito perché uniti, perché quello che è successo più di una volta nella loro storia, era prevedibile; nella nostra, siamo orgogliosi di annunciare che, per la prima volta in assoluto, il “Miracolo L’Aquila” si è compiuto sotto gli occhi del mondo intero. Un Miracolo che mai come oggi corre il grave rischio miopico e politico (con annesso vezzo esterofilo) di essere dimenticato per sempre dagli stessi Abruzzesi. Un apparente paradosso? No, perché questo è il costume italiano, dunque abruzzese. Con ogni sisma arriva un certo insegnamento. Lo abbiamo capito? Ci faremo trovare impreparati nella prossima tragedia nazionale? Abbiamo mai superato completamente il test? Certamente, ci consola pensare e far pensare al mondo intero che noi Italiani siamo “la meglio Nazione” in fatto di Protezione Civile (extra-)territoriale. E magari lo siamo davvero: giudichino i Lettori. Grazie soprattutto a uomini e donne sinceri, volenterosi e capaci, che in pochissime settimane tra il 2009 e il 2010 a L’Aquila, lo ripetiamo, per la prima volta in assoluto sulla Terra, sono riusciti a dare una casa vera (non fredde e umide tende-container!) a migliaia di cittadini aquilani sfollati dalle loro case distrutte in quel maledetto 6 aprile di un anno fa quando un sisma buttò a terra il capoluogo della Regione Abruzzo, producendo 4 milioni di metri cubi di macerie ancora da rimuovere, 308 morti e centinaia di feriti. Lo sanno anche i Cileni ai quali esprimiamo oggi la nostra solidarietà e vicinanza fraterna. Insomma, noi Italiani amiamo gloriarci di essere meglio in tutto di altri Paesi e Nazioni che vengono distrutte e piegate dalle forze della Natura. Io dico: diamo tutti l’esempio, ciascuno come crede di poter fare. Sia chiaro, nessuna persona sana di mente al mondo può oggi considerarsi e vantarsi di essere “leader” delle forze della Natura: dall’umiltà li riconoscerete. Ma si abbia il coraggio di preservare, per le future generazioni, la dignità della memoria storica di fatti e persone che nella Storia sono e fanno la Differenza. Per ulteriori informazioni si possono consultare i seguenti siti:
http://portale.ingv.it; www.edurisk.it; www.72hours.org; http://earthquake.usgs.gov/learn/kids;  www.roma1.ingv.it/ricerca/tettonica-attiva/effetti-dei-grandi-terremoti;   www.roma1.ingv.it/ricerca/tettonica-attiva/paleosismologia.
Il meccanismo di sollevamento di una parte dell’Appennino Centrale, fra la Toscana, l’Umbria, le Marche e il Lazio, e la liberazione dell’energia sismica che accompagna questo processo, pare sia stato chiarito da un gruppo di ricercatori dell’Ingv (Claudio Chiarabba, Pasquale De Gori e Fabio Speranza) con un articolo pubblicato su Lithosphere (Vol.1, n.2, 2009), rivista della Geological Society of America, come apprendiamo da un comunicato stampa ufficiale dell’Ingv.  All’acquisizione delle nuove conoscenze si è pervenuti grazie allo studio dei terremoti che si sono verificati tra il 2000 e il 2007 in questa parte dell’Appennino Centrale, i quali evidenziano lo sprofondamento di una parte della crosta e del sottostante mantello facenti parte della “micro placca Adriatica”. Lo studio della distribuzione degli ipocentri dei terremoti lungo un piano inclinato verso Ovest, le caratteristiche della crosta individuate dalla tomografia sismica, e l’analisi dei meccanismi focali, hanno portato i ricercatori INGV a ricostruire, fino a una profondità di circa 60 km, il cosiddetto ‘piano di Benioff’ lungo il quale parte della crosta inferiore sprofonda insieme al mantello. Associato a questo fenomeno c’è anche il rilascio di anidride carbonica la quale, risalendo attraverso le fratture della crosta, sembra costituire uno dei meccanismi di innesco dei terremoti appenninici, come quelli di Norcia (1979), Colfiorito (1999) e L’Aquila (2009). Per il dott. Claudio Chiarabba, portavoce del gruppo “semplificando al massimo, rispetto agli studi precedenti, abbiamo definito meglio quanta parte di crosta rimane a formare il wedge appenninico e quanta subduce in maniera solidale al mantello. Penso siamo di fronte ad un processo il cui motore non è necessariamente da ricercarsi nello scontro attivo tra le due placche, ma in processi legati a cosa succede alla fine di una collisione. Abbiamo visto che vi sono eventi compressivi che avvengono in profondità sotto la catena nella zona marchigiana, bilanciati da terremoti distensivi che avvengono nella crosta superiore (tipo Colfiorito). Questo tipo di processo è comunque tipico dell’Appennino Centrale e significativamente diverso da quello che produce i forti terremoti in altre porzioni di Appennino”. Secondo il professor Enzo Boschi, presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, “è un risultato fondamentale per la comprensione della geodinamica mediterranea, una delle zone più complesse del nostro Pianeta; inoltre è un lavoro che evidenzia l’importanza del contributo dell’anidride carbonica (CO2) proveniente dall’interno della Terra”.

Nicola Facciolini

Terremoti di Haiti e Cile ma forse non è finita quiultima modifica: 2010-03-16T19:21:00+00:00da bravo_cook
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